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Il Meeting delle Americhe

Fu quello del 1984, la quinta edizione dagli inizi del Meeting di Rimini (1980). Quell’edizione segna anche l’inizio di una presenza di latinoamericani che diventerà via via più massiccia nel corso degli anni. A questa presenza e ai suoi incipienti effetti sulle due sponde dell’Oceano è dedicato il capitolo dal titolo America/Americhe del libro “Albori. Don Giussani nell’America del Sud di lingua spagnola 1973-1987” che documenta gli inizi di Comunione e Liberazione in Argentina e i viaggi di don Giussani negli anni considerati. Nei ringraziamenti finali l’autore non nasconde il proposito della ricerca che “ha obbedito” – si legge – “ad una spinta interiore ed al cumulo di memorie stimolate dalla ricorrenza dei cento anni dalla nascita di don Giussani, e dall’ingresso della causa di beatificazione che lo riguarda nella fase testimoniale a carico dell’arcivescovo di Milano Mario Delfini. Il desiderio adesso non più nascosto di chi scrive è che quando il libro sarà pubblicato la causa sia nelle vicinanze dell’ormeggio naturale”. Un importante passo in questa direzione è stato l’annuncio dato di recente dallo stesso monsignor Delfini che giovedì 14 maggio, nella Basilica di Sant’Ambrogio, presiederà la Messa che segnerà la conclusione della fase diocesana dell’inchiesta in vista della beatificazione e della canonizzazione di don Giussani.

Nella foto di copertina don Giussani con don Giancarlo Ugolini, il sacerdote riminese alle origini del Meeting. Nella galleria una selezione di fotografie tratte dai fotoreportage pubblicati nel sito  ufficiale del Meeting.

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(Alver Metalli). Quella sera del 1979, in una pizzeria di Rimini sul lato destro di quel rigagnolo che è il fiume Marecchia, all’altezza del più celebre ponte di Tiberio, gli otto commensali dovevano aver percepito che l’idea maturata in quel caldo agosto sarebbe stata piena di futuro[1]. Ma non potevano immaginare quanta parte di questo futuro avesse a che fare con l’America Latina[2]. Già l’anno dopo nella cittadina romagnola iniziarono a convergere uomini da tutti i continenti, America Latina compresa, attratti nella capitale italiana del turismo da fili che per strade imprevedibili si erano annodati alle loro vite. Basterà osservare che sin dagli esordi, l’America Latina marca la sua presenza negli spettacoli[3], nelle mostre[4], negli incontri[5]. Una partecipazione che non farà che intensificarsi negli anni successivi[6]. Fino ad arrivare all’edizione del 1984 che, come vedremo, concentra nella cittadina rivierasca un numero di latinoamericani di tutto rispetto, da cui prenderà slancio la prima ondata europea di Comunione e Liberazione nel Nuovo Mondo di lingua spagnola.

Non c’è migliore occasione che quella riminese per continuare i dialoghi interrotti, riannodare i rapporti sospesi, intrattenerne di nuovi. Il tema dell’edizione dell’agosto 1984 – la quinta dall’inizio del Meeting – sembra tagliato su misura: “America Americhe. L’impossibile tolleranza?”[7]. Methol Ferré sarà presente, ricambiando in questo modo la visita di Giussani in Uruguay nel mese di luglio. Al Meeting parlerà del momento fondativo dell’America Latina e delle caratteristiche del popolo nuovo che ne nasce[8]. Davanti a spettatori per lo più giovani che lo ascoltano per la prima volta, Methol Ferré dà prova della sua capacità di lettura dei fenomeni sociopolitici a livello globale e allo stesso tempo espone la sua visione del momento presente.

A Rimini l’intellettuale uruguayano è in buona compagnia: quella di Abelardo Ramos[9], storico creatore della corrente di pensiero argentino chiamata Izquierda Nacional (Sinistra Nazionale), che in un appassionato intervento difende l’America latina e creola «da Hegel ad Engels», una immagine che userà come sinonimo del neocolonialismo di destra e di sinistra[10]. Come Methol Ferré anche Abelardo Ramos prefigurava nell’unità dell’America Latina il cammino per una vera emancipazione. Un tema, quello dell’unità del continente, caro anche a Luis Horacio Vignolo, l’anarchico convertito al cattolicesimo, nella cui casa del quartiere di Almagro, a Buenos Aires, cominciano a ritrovarsi i primi giovani di Comunione e Liberazione. Darío Castrillón Hoyos, segretario generale del CELAM in quel momento, celebra la messa per i visitatori del Meeting e riecheggia le parole sulla “nuova civilizzazione” pronunciate solo due anni prima nello stesso salone da Giovanni Paolo II, mentre un altro latinoamericano, Rafael Reyes Abadie, docente di Storia contemporanea dell’Università di Montevideo, conduce una erudita ricognizione dei modi in cui il modello della “Terra promessa” fu dapprima perseguito nelle Americhe, agli albori della colonizzazione, con esiti destinati ad influire sulla storia futura del Nuovo Mondo.

Rimini è anche l’occasione per incontrare nuovamente il cileno Joaquín Alliende, studioso della religiosità popolare, membro della commissione Fede e Dottrina del Segretariato per l’unione delle Chiese, tra i principali responsabili del movimento di Schoenstatt[11]. L’esordio del suo intervento è suggestivo. Ricorda una notte di luglio nel deserto di Atacama, nel nord del Cile, «con un centinaio di confraternite e migliaia di danzatori che ballavano sulla crosta salina della pampa per la Madonna del Carmelo, per ore e ore, senza stancarsi, fino all’estasi». Poi, dall’esperienza vissuta in prima persona passa ad una descrizione puntuale delle principali caratteristiche della religiosità popolare in America Latina[12]. «Alliende era un poeta, un creativo, un estroverso, con una capacità tutta sua di entrare in profondità nei temi con un piglio legato alla religiosità e al folklore popolare», racconta Emilia Guarnieri, storica presidente del Meeting di Rimini, che nota come anche il suo discorrere fosse impregnato di suggestioni poetiche[13].

Esordio riminese anche per Pedro Morandé Court, docente di Sociologia della conoscenza e della religione nella Pontificia Università cattolica del Cile[14]. Davanti agli ascoltatori di quell’edizione, Morandé pone a confronto «il senso pagano e quello cristiano della festa». Baldo Santi, reduce dall’incontro con Giussani a Santiago un mese prima, racconta degli indios Mapuche che vivono nel Sud del territorio di adozione, il Cile, «oggetto per secoli di un’aggressione fisica e negli ultimi anni anche culturale»[15]. Un altro cileno, Bolívar Aguayo, si addentra nella crisi che attanaglia il paese dopo 19 anni di dittatura militare[16], per affermare poi che la sua partecipazione al Meeting è diretta conseguenza dell’incontro con Comunione e Liberazione, conosciuta per caso nei chiostri dell’Università cattolica del Cile[17]. Il 1984 è anche l’anno di Luis Enrique Marius, vicesegretario e direttore del Dipartimento relazioni internazionali della Centrale latino-americana dei lavoratori (CLAT). Centrerà il suo intervento sull’emigrazione europea nel continente e su come questa abbia cambiato la fisionomia di tanti paesi dell’America Latina, tra i quali il Venezuela, da cui proviene.

Il Messico sarà rappresentato da Carlos Castillo, agli inizi di una carriera politica che lo porterà ai vertici del Partito Azione Nazionale (PAN) e ad un passo dalla Presidenza della repubblica[18]. Carlos Castillo si considerava “un cattivo cristiano” – afferma il suo biografo, Federico Ling Altamirano – e guardava alla Chiesa cattolica come a un “ospedale per le anime”, anticipando di almeno tre lustri il papa argentino e il suo “ospedale da campo”[19] . In Italia trascorre diversi anni della sua gioventù grazie ad una borsa di studio di un vescovo dello Yucatán, la provincia messicana di cui era nativo. Lascerà poi il Bel Paese e i gesuiti della Gregoriana per l’Università svizzera di Friburgo. «È che a Roma ci sono i santi, ma a Friburgo ci sono i saggi», così commenterà lui stesso questo passaggio. «Già allora era chiaro che la politica sarebbe stata, probabilmente fino alla fine della sua vita, un impegno quasi totalizzante», osserva l’amico Ling Altamirano. «La sua predisposizione ad un pensiero attento ai principi dottrinali, cioè fondativi, era spiccata, ma ci sapeva fare anche con il lavoro organizzativo, con l’esercizio della leadership e con le pratiche di governo»[20].

Una sintesi che ne segnerà il destino.

Lo si vedrà in età matura. Da sessantottino negli anni giovanili, che cantava nei bar in Europa per sopravvivere in perfetta austerità, a presidente di un partito, Azione Nazionale (PAN), che riuscirà a scalzare il Partito rivoluzionario istituzionale (PRI) da un trono più che settantennale. L’alternanza perseguita dal PAN per decenni verrà raggiunta con la storica vittoria di Vicente Fox il 2 luglio 2000. L’architetto, l’intellettuale, lo stratega fu senza dubbio Carlos Castillo, che pur celebrato in quell’epoca della sua vita finirà la sua carriera politica «in solitudine e, fuori dal partito, in un’ardua e arida ricerca di luce e di pace», scrive Ling Altamirano nel prologo della biografia dedicata a Castillo[21].

Molte altre cose si possono dire di Carlos Castillo Peraza. Qualcuno le ha scritte mettendo ordine in una vita senza tregua[22]. Lui stesso ha lasciato l’impronta del suo pensiero e dell’azione che ne conseguiva in tre libri redatti di suo pugno[23]. Notiamo solo che Castillo collabora con Incontri prima, con Nexo e 30Giorni poi[24], dove pubblicherà un dialogo dal contenuto straordinario con il poeta messicano Octavio Paz[25].

L’intervista prende le mosse da un poema di quest’ultimo, Alguien me deletrea, (Qualcuno mi decifra)[26] e dalla affermata incredulità di Paz: «Non sono un credente, ma dialogo con quella parte di me che è più dell’uomo che sono, perché è aperta all’infinito»[27]. Il poeta e premio Nobel confesserà davanti a Castillo che quando scrisse quel famoso verso – «qualcuno mi sta decifrando» – non sapeva esattamente cosa volesse dire e, allo stesso tempo, sentiva che metteva a nudo alcuni dubbi esistenziali. «Se mi rileggo, come un lettore qualsiasi, mi dico: una delle due, o questo qualcuno è un altro come me o questo qualcuno si trova oltre gli uomini». Paz confessa di aver «creduto che in Oriente, nel buddismo, avrei trovato una risposta, il nome o un presagio del nome di questo qualcuno. Ma ho scoperto che dall’Oriente mi separa qualcosa di più profondo di quello che mi separa dal cristianesimo: non credo nella reincarnazione. Credo che nel presente ci giochiamo tutto, non ci sono altre vite. Nonostante ciò, in Oriente ho scoperto una “vacuità” che non è il nulla e che mi fa pensare all’Uno di Plotino, una realtà che sta prima dell’essere e del non essere. Forse questo Uno può essere quello che mi decifra. Ma di lui non possiamo dire nulla…», conclude.

L’intervista venne realizzata da Castillo nella casa-museo-biblioteca di Octavio Paz nella colonia Cuauhtémoc di Città del Messico. Chiesta e rilasciata per la rivista cattolica italiana 30Giorni, Paz la considerò una delle più significative e la ripubblicò integrale nel suo libro Pequeña crónica de grandes días del 1990[28].

Octavio Paz non sopravviverà al suo intervistatore, essendosi spento nell’aprile 1998 a Città del Messico. Carlos Castillo lo seguirà due anni dopo, improvvisamente, per un infarto che lo colpisce nelle prime ore dell’8 settembre dell’anno giubilare 2000 mentre si trovava a Bonn, in Germania. Aveva 53 anni e molto futuro davanti a sé. Accomunato in questa fine repentina a un’altra figura protagonista di quella stessa edizione del Meeting dedicata alle Americhe: Luis Meyer, un ingegnere del Paraguay che tanta parte aveva avuto per gli inizi e la crescita di Comunione e Liberazione in questo paese dell’America Latina[29]. «Ho davanti agli occhi l’emozione di quando è stato invitato al Meeting», ricorda ancora oggi il figlio Esteban Ramón Meyer, quarto di una progenie di sei. «È tornato da Rimini in Paraguay con una miriade di portachiavi, regali e foto dell’evento»[30].

Ma quella del 1984 non sarà per Meyer la prima volta in Italia, e neppure l’ultima al Meeting[31]. Gli inizi del suo rapporto con Comunione e Liberazione, e dunque la sua presenza alla manifestazione di CL, li racconta lui stesso con un aneddoto: «Vado a una riunione a Roma e vengo a sapere che era anche il compleanno del papa. Comunione e Liberazione aveva organizzato una serata di canti per lui nel cortile San Damaso e vengono invitati anche i membri del Consiglio dei laici di cui ero parte. E proprio perché eravamo tali ci mettono in prima fila. Lì conosco Giussani…»[32]. L’anello di congiunzione, “il ponte”, anche in questo caso, fu Guzmán Carriquiry, «che faceva parte in Uruguay dello stesso nostro movimento universitario cattolico e si era già stabilito a Roma dove era stato chiamato a lavorare nel Pontificio consiglio per i laici», ricorda la consorte, María Celia. Fu Carriquiry a scrivere a Meyer di aver «incontrato in Italia un movimento che ci sarebbe piaciuto, perché aveva le caratteristiche che sia lui sia noi avevamo sempre voluto trovare nei gruppi ecclesiali»[33].

La stagione dei movimenti è agli inizi. Giovanni Paolo II convoca sempre più di frequente i loro responsabili a Roma e gli aderenti in piazza San Pietro o nell’aula Paolo VI. Meyer, attraverso Carriquiry, segue i passi di Giovanni Paolo II e il suo slancio verso l’America Latina. «Lo colpiva il fatto inusuale di un papa che iniziava il suo pontificato con un viaggio in America Latina e rendeva omaggio a Montesinos, Córdoba, Bartolomé de las Casas, Juan de Zumárraga, Toribio de Mogrovejo e a tanti altri, nel cuore dei quali s’era accesa la preoccupazione per i deboli e per gli indigeni, soggetti degni di tutto rispetto perché fatti a immagine di Dio, destinati a una vocazione trascendente»[34].

Nulla di strano che don Ricci intercettasse Meyer nelle sue scorribande latinoamericane!

I loro incontri divennero proverbiali perché si prolungavano fino a tarda ora e spesso si concludevano alle luci dell’alba. «Meyer aiutò Ricci a inserirsi nella realtà latinoamericana e, allo stesso tempo, vide in lui il portatore di quell’esperienza di fede che poteva riempire il vuoto lasciato dalla militanza laicale dopo la crisi profonda susseguita agli anni di ideologizzazione, di iperpoliticizzazione e di contestazione ecclesiastica, con gli effetti destabilizzanti sui movimenti di azione cattolica specializzata che abbiamo conosciuto»[35].

E ci saranno anche Meyer e consorte in piazza San Pietro, il giorno in cui Giovanni Paolo II riceverà in udienza don Giussani e i suoi[36]. Il papa, «con l’enfasi e la convinzione che caratterizzavano il suo modo di parlare di Cristo e del dovere dei cristiani di predicare il vangelo, ha lanciato a Comunione e Liberazione l’appello ad andare in tutto il mondo, proprio per evangelizzare». Il racconto della consorte di Meyer è circostanziato. «Don Luigi Giussani lo interpretò immediatamente come un invito del papa ad indirizzare il movimento in special modo verso l’America Latina e senza perdere tempo convocò una riunione dei responsabili ultimi di Comunione e Liberazione, tra i quali don Francesco Ricci, principale amico e collaboratore di don Giussani, insieme a Guzmán Carriquiry, a Luis e a me».

Il dialogo di Giussani in quell’occasione – come riferito dalla consorte di Meyer – è stringente.

«Si misero in comune i contatti che avevamo in America Latina e si stabilì un piano per verificare la possibile diffusione di Comunione e Liberazione in quell’area». María Celia Meyer ricorda che la persona incaricata di iniziare l’impresa fu lo stesso don Ricci. «Comunione e Liberazione era già presente in Brasile, ma da quel momento in avanti si voleva dare un nuovo impulso alla presenza in America Latina e a partire dall’arrivo di don Ricci ebbe inizio in altri paesi»[37].

Il figlio Esteban circostanzia con precisione quel momento, in cui il padre ebbe voce in un capitolo inedito nella vita di Comunione e Liberazione: «L’ho sentito raccontare più di una volta che aprirono la carta geografica dell’America del Sud e cominciarono a segnalare le diverse città dove consideravano importante che il movimento iniziasse la sua missione»[38]. La presenza di Meyer focalizza l’attenzione anche sul Paraguay. «Non è un caso che sia stato lui a insistere di iniziare l’esperienza di Comunione e Liberazione nel suo paese e a creare le condizioni per accogliere, insieme a don Ricci, i primi pionieri del movimento», afferma Guzmán Carriquiry. «Non è un caso neppure che “Lucho”, come lo chiamavamo gli amici, abbia preparato il viaggio di don Giussani in terra paraguaiana, e lo abbia ricevuto insieme a don Francesco Ricci»[39].

Don Giussani ricambiò l’amicizia di Meyer e si rivolse a lui come il «più grande paraguaiano» e un «grande cattolico latinoamericano». Esteban Meyer racconta un episodio illuminante di questa corrisposta simpatia. «Una volta don Giussani gli chiese scusa per non aver capito le sue ragioni e la sua lotta all’interno della Chiesa durante la dittatura e papà si mostrò visibilmente emozionato come poche volte l’ho visto nella mia vita». Meyer «ha amato e accompagnato con fedeltà tutte le circostanze della vita di CL in Paraguay e ha costruito un’amicizia sincera con i suoi responsabili, fossero essi stranieri o connazionali; e ha sempre cercato di introdurli alla realtà del suo paese nativo in un modo intelligente e amorevole». Il figlio Esteban non esita a dire che «l’incontro con Comunione e Liberazione fu così importante» per il padre «che affidò al carisma di Giussani la nostra educazione, quella di tutti i suoi figli».

Un po’ come fece un altro amico di Meyer di cui abbiamo già parlato, Luis Enrique Marius con i figli venezuelani[40], o Pedro Morandé in Cile.

Sino al momento della tragica morte di Meyer, il 20 di agosto del 2007, nell’ospedale San Roque di Asunción, dopo una lunga agonia[41]. Aveva compiuto 67 anni il 3 agosto quando la sua auto andò a schiantarsi sulla strada che dalla capitale porta alla città di Encarnación, in Paraguay[42]. In poche ore la triste notizia raggiunse tutti gli amici nominati in queste pagine sparsi per il mondo. Una scossa elettrica, la stessa che anni prima aveva percorso la rete latino-americana di Bellomo e compagni alla venuta di don Giussani in Argentina e che anni dopo l’attraverserà per la morte improvvisa di Carlos Castillo in Germania.

L’ultima volta che Meyer incontrerà «la santa mafia», come scherzosamente chiamava gli amici di Comunione e Liberazione[43], sarà per ricordare la scomparsa del grande amico don Francesco Ricci. In quell’occasione lo farà con parole toccanti con un intervento al convegno in memoria del sacerdote forlivese[44].

L’edizione 1984 del Meeting vede per il secondo anno consecutivo un altro ospite di grande importanza nella storia che si stava dipanando: Antonio Quarracino, vescovo argentino e presidente del CELAM, parla ad un uditorio di diecimila persone. Il presule non è nuovo a quella frequentazione. L’anno precedente era in prima fila ad ascoltare Giussani parlare della “Libertà di Dio”[45]. Commenterà quell’intervento con accenni che già preludono al futuro: «La sua parola pareva “impastata”; dava, cioè, la sensazione che in ciascuna frase si fondessero insieme idee, calore, forza, sangue, vita, impeto… Tutto ciò rifletteva una densità interiore che non si perdeva in orpelli letterari, né in esagerate raffinatezze stilistiche. Pareva che la parola profonda e pacata di don Giussani tendesse solo a far pensare e stimolare, e molto seriamente»[46].

Il tema che gli viene assegnato nell’edizione del 1984 verte sul futuro della Chiesa nelle Americhe[47]. Un futuro in cui il carisma di Giussani non può mancare.

 

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[1] L’origine del Meeting è raccontata in Vita di don Giussani, cit. p. 597: «In quegli stessi mesi quel gruppo di amici concepisce un’iniziativa senza precedenti. Tutto comincia al tavolo di un ristorante di Rimini, “Da Marco”, in borgo San Giuliano: Alver Metalli, nativo della vicina Riccione e inviato del settimanale Il Sabato, è appena rientrato dal Nicaragua della rivoluzione sandinista. Secondo Paolo Biondi, che sarà per anni portavoce del Meeting, è proprio Metalli a suggerire: «Dobbiamo fare un happening estivo. E dobbiamo farlo noi per due motivi: perché è la vocazione di Rimini e perché Rimini è il luogo in cui si incontra la gente. E, come sempre, don Giancarlo si gasa all’idea». Ed è sempre il sacerdote a riconoscere: «Da noi, il fatto cristiano era relegato all’inverno. Il massimo che si faceva, l’estate, erano le messe in tedesco per i turisti». Durante un incontro don Giancarlo accenna l’ipotesi a Giussani; la cosa gli piace e gli dice: «Sì, vale la pena provare, poi vediamo. Se qualcosa non funziona correggiamo l’idea, ma vale la pena».

[2] Della sempre più nutrita bibliografia sul Meeting di Rimini segnaliamo alcuni libri. Il testo di riferimento lo ha scritto il sociologo italiano Salvatore Abruzzese. Si intitola Il Meeting di Rimini – dalle inquietudini alle certezze ed è stato pubblicato dalla casa editrice Scholé – Morcelliana nel 2019. Per Abbruzzese «il Meeting si è pensato e voluto fin dall’inizio, anche e soprattutto, come un luogo di incontro e di condivisione, dove mettere in opera una dimensione dell’esistenza fondata sull’incontro e sulla relazione come principi antropologici, fondativi di una nuova sensibilità culturale e politica al tempo stesso». Di diverso impianto è Il Meeting – La storia e i testimoni di Emma Neri (Piemme, 2004). Il testo di Neri, realizzato in occasione del venticinquesimo anniversario della manifestazione riminese, racconta in modo divertente e partecipe «volti, voci, testimonianze e curiosità» della manifestazione stessa. Nella Vita di don Giussani di Alberto Savorana (Rizzoli 2013), ci sono passaggi significativi dedicati ai primordi della comunità riminese di Cl (pp. 400-403), alla nascita del Meeting (pp. 597-600), alla visita di Giovanni Paolo II a Rimini, con premesse e conseguenze (pp. 633-636), agli interventi di Giussani al Meeting negli anni Ottanta (pp. 648-651; 679-682) e ai suoi ultimi interventi in collegamento video (pp. 1153-1156). A testimonianza dell’apertura internazionale ed ecumenica possono essere menzionati anche i due volumi fotografici realizzati dal Meeting con gli scatti di Giorgio Salvatori La bellezza lo spazio del dialogo (2010) sul “Meeting del Cairo” e Le vie del cuore – Un viaggio tra Italia e Giappone, sul viaggio in Giappone del 2011 per incontrare i monaci del Monte Koya. Alcuni libri fotografici d’autore sono: Visibile e invisibile – Libro fotografico del Meeting ’91 di Elio Ciol e Werther Scutellari (Edit Faenza – Itaca 1992) e Meeting volti e storie di Sandro Chierici (2004), edito dal Meeting stesso. Sono infine state dedicate al Meeting varie tesi di laurea, tra le quali si segnala per ricchezza di contenuti, negli anni Ottanta, Storia e immagine del Meeting per l’amicizia fra i popoli 1980-1988 di Raffaella Evangelista, relatore Silvia Cuppini Sassi, Università di Urbino a.a. 1988-1989. Per il resto, la documentazione delle singole edizioni è a disposizione di chi voglia consultarla sul sito www.meetingrimini.org con i testi, i video e i servizi fotografici dei convegni, mostre, spettacoli ed altri eventi della manifestazione.

[3] Il 24 agosto 1980 ha luogo un concerto di musica classica in onore del pianista esule argentino Miguel Ángel Estrella.

[4] Con l’artista brasiliano Claudio Pastro e i suoi personaggi evangelici dalla pelle scura e dagli occhi grandi.

[5] Ispirati dal titolo prescelto per l’edizione di quell’anno, 1980, all’insegna della “Pace e i diritti dell’uomo”. Di diritti violati parleranno il 28 agosto due genitori di desaparecidos argentini, Fragale e De Benedetti, e poi tre esuli: Luis Badilla, cileno in seguito approdato in Vaticano come giornalista di Radio Vaticana; Carlos Franqui, scrittore, poeta e giornalista cubano, e il brasiliano Milton Santos, geografo e avvocato.

[6] Nei padiglioni fieristici prendono la parola Emilio Máspero, segretario generale della CLAT, Lucio Gera, figura di primo piano nella Chiesa argentina. Tre cileni siedono uno di fianco all’altro: Carlos Martínez, docente all’Università di Santiago, Miguel Salazar, presidente dei Giovani democristiani cileni, e Bolívar Aguayo, vicepresidente della Democrazia Cristiana del Cile. Quella stessa edizione del Meeting, il 1982, è occasione per presentare una nuova iniziativa editoriale che sarà foriera di molteplici sviluppi: una casa editrice di nome CSEO-Incontri creata da don Ricci, che allora si apriva all’America Latina «per portare in Europa la voce di questa grande corrente che ha le sue radici, la sua ispirazione nei due grandi avvenimenti di Medellín e di Puebla». «Fu un momento emblematico», così lo ricorda Emilia Guarnieri, storica presidente del Meeting: «Metalli, Carriquiry, Ricci e Quarracino sono stati i nomi che hanno tenuto a battesimo e custodito la presenza della cultura latinoamericana al Meeting». Per la prima volta viene anche pronunciato il nome della filosofa Argentina Amelia Podetti, amica di Fabio Bellomo e di altre personalità nominate in queste pagine.

[7] Il titolo dell’edizione era già stato annunciato nell’agosto del 1983. Il tempo tra l’una e l’altra è stato orientato alla preparazione degli appuntamenti principali che dovevano coinvolgere l’America Latina.

[8] L’intervento venne pubblicato in spagnolo: Alberto Methol Ferré, Pueblo nuevo en la ecúmene, in Nexo, n. 5, primo semestre 1985, pp. 74-80.

[9] Nel prologo al libro di Miguel Ángel Barrios, El latino americanismo en el pensamiento político de Manuel Ugarte, (Biblos, Buenos Aires, 2007) Methol Ferré chiama Ramos “marxista nacional”, caratterizzando con tale espressione il suo apporto, nella storia contemporanea dell’America del Sud, quello – in sostanza – di dar profondità e dignità ad un marxismo nazionalizzato, impresa che la rivoluzione cubana ha lasciato – a suo giudizio – gravemente in sospeso.

[10] «Da destra come da sinistra, da Hegel ad Engels», si legge nel testo, «in Europa si fu concordi nel ritenere che l’America latina e creola fosse un continente barbaro da civilizzare. Ciò dette alle potenze colonialiste il pretesto per depredarla con la scusa di civilizzarla». L’America latina e creola è comunque da ritenersi «un formidabile insieme di risorse spirituali, culturali e materiali suscettibili di divenire la base di una grande nazione», «un gigantesco blocco storico-nazionale che, dopo aver subito per anni, ha ora bisogno di mezzo secolo di conflitti per affrontare i propri potenti nemici interni ed esterni e conquistare la propria sovranità». Purtroppo, ciò che oggi i popoli sudamericani hanno in comune, si legge nella sintesi dell’intervento di Ramos, sono 300 miliardi di dollari di debito estero. Ma per fortuna c’è anche un’unità di lingua, «per poter capirci meglio e irrompere tutti insieme sulla scena storica e realizzare quella che sembra un’utopia, trasformare insomma l’utopia in atto».

[11] Interverrà il 27 agosto in una tavola rotonda dal titolo “Fiesta dolorosa fiesta”.

[12] «Primo: la religiosità popolare latino-americana, il cattolicesimo popolare, è la più evidente condensazione della cultura latino-americana. È lì che il popolo vive con maggiore autenticità, che si esprime con più trasparenza. Secondo: la religiosità popolare ha il suo culmine nella festa. Terzo: la festa è necessariamente dolorosa». Alliende parla di «carattere cirenaico, veronico del cristianesimo». Il dolore però, ed è il quarto punto, «è un dolore pasquale, o pasqualmente festeggiato». Il quinto punto riguarda la rinascita del popolo e il sesto il «potente dinamismo culturale, e per questo l’enorme forza di gravità politica» che ha un tale modo di intendere e vivere la festa. Alliende parla senza mezzi termini di «peso politico della festa», che pone anche «la Chiesa dell’America Latina di fronte ad una sfida: continuare ad essere l’attiva tutrice della festa del popolo, o accontentarsi di diventare guardiana di un museo di vecchi simboli festivi».

[13] «Un uomo, Alliende – dirà Guarnieri – che amava cantare, amava la musica e la bellezza. Poi divenne il presidente dell’associazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre».

[14] Il 3 febbraio 1984 l’intellettuale cileno scrive da Santiago del Cile a Methol Ferré. Gli racconta del suo viaggio in Perù con la moglie Vivienne e la visita a Cuzco e alle rovine incaiche del Machu Pichu. Legge il tutto come una conferma alla sua ipotesi della “sintesi rituale del XVI secolo”. Dice infine di essere stato molto sorpreso dalla notizia dell’invito al Meeting che Methol Ferré gli ha anticipato. Nuova lettera di Pedro Morandé da Santiago del Cile il 17 aprile 1984 indirizzata a Methol Ferré. Morandé gli presenta il lavoro di dottorato di un giovane allievo rientrato da poco dalla Germania, Carlos Martínez: “Reflexiones en torno a los fundamentos simbólicos de la nación Chilena”. Gli dice inoltre di aver accettato l’invito a Rimini e lo mette al corrente delle peripezie di un suo libro, “Cultura e modernizzazione in America Latina”, che stenta a vedere la luce.

[15] Parla delle feste mapuche e della loro musica «triste, ripetitiva, lenta, monotona, a volte lamentosa: espressione di un popolo che si trova di fronte all’invasione di una cultura secolarizzante che gli è del tutto aliena, di fronte all’ingiustizia, di fronte a spoliazioni di terre che malgrado tutto continuano ad esistere anche oggi», ma che «trovano nella celebrazione delle feste cristiane il luogo in cui manifestare comunitariamente una speranza di totale liberazione».

[16] «La crisi non è artificiale, non è passeggera, non colpisce le strutture ma l’uomo “comune”, il cileno nei suoi valori e nella sua cultura» sosterrà Bolívar che considera la crisi come «totale e quindi esige una risposta all’altezza delle circostanze». Le sue considerazioni volgono all’ottimismo nella parte finale dell’intervento: «Oggi, però, il popolo cileno ha ricevuto forze per un rinnovamento spirituale, forze nate dalla profondità della sua anima da un desiderio di riaffacciarsi alla vita, dal suo amore verso Dio, la Chiesa e la Patria».

[17] Terminati gli studi fonda una scuola libera che oggi ha più di 1.500 alunni. Tornerà poi nel 2007 al Meeting come presidente della Compagnia delle Opere del Cile per parlare sul tema “America Latina: dalla protesta all’educazione”.

[18] Durante la sua amministrazione, il PAN vincerà quattro governatorati e governerà 248 comuni, tra cui i 16 più popolosi e produttivi del paese, oltre a 11 capoluoghi di regione.

[19] Federico Ling Altamirano, A Trasluz. Apuntes para una biografía de Carlos Castillo Peraza, Senado de la Republica de México, octubre 2004, p. 30.

[20] Ivi, p. 106.

[21] Ivi, p. 18.

[22] Introduzione a Carlos Castillo Peraza, El porvenir posible, a cura di Germán Martínez Cázares e Alonso Lujambio, Fondo de Cultura Económica, Città del Messico 2008.

[23] Carlos Castillo Peraza, Disiento, Plaza & Janés, México 1996; Id., Ideas fuerza, Fundación Rafael Preciado Hernández, México 2003; Carlos Castillo Peraza, Luis Héctor Álvarez, La victoria cultural 1987-1996, EPESSA, México 1999.

[24] La biografia ufficiale di Doralicia Carmona per Memoria política de México dà conto della sua attività pubblicistica e annovera le tre riviste tra quelle a cui Carlos Castillo ha collaborato.

[25] La sintesi biografica che segue è stata scritta da Carlos Castillo per introdurre l’intervista a Octavio Paz: «Octavio Paz nasce nel 1914. Antica famiglia messicana, proveniente da Jalisco. I primi Paz arrivarono nel XVI secolo. Ma nella famiglia c’è anche sangue indigeno. Nonno massone. Il padre, avvocato liberale, ha partecipato alla Rivoluzione messicana dalla parte degli zapatisti. Madre spagnola, andalusa e cattolica tradizionale. Zia messicana, cattolica illuminata. Biblioteca familiare liberale e atmosfera “quasi giacobina”. I primi quattro anni di scuola saranno con i salesiani. Poi in una scuola laica inglese a Città del Messico. All’Università, tramite Ortega y Gasset, entrerà in contatto con la filosofia moderna, dopo aver frequentato le scuole medie e superiori in scuole statali laiche, negli anni ancora turbolenti della Rivoluzione messicana. Cultura francese, ma anche precoci conoscenze del Secolo d’oro spagnolo e del “modernismo” ispano-americano. La guerra civile spagnola scosse il giovane che si ribellava all’ordine della borghesia e a un cristianesimo “incapace di essere moderno”. Poi arrivano i giorni delle idee marxiste. Più tardi la rottura e i giorni di amicizia con i surrealisti a Parigi. Ambasciatore del Messico in India, si è avvicinato a una “civiltà non occidentale viva, di religione sensuale e ascetica, di solitari e rinunciatari ma anche di templi pieni”. La repressione governativa degli studenti universitari nel 1968 lo portò ad abbandonare la vita diplomatica. Tra le decine di libri pubblicati, i suoi preferiti sono quelli di poesie. Tra i suoi saggi ricordiamo El laberinto de la soledad e El arco y la lira. Una rivista, Vuelta, lo occupa: ne farà uno spazio di libertà, una tribuna della critica letteraria delle più avanzate, un atteggiamento per dire la verità anche se non piace alle “avanguardie” professionali della pseudo-sinistra. Dopo il suo recente discorso a Francoforte – dove ha ricevuto il premio degli editori e dei librai tedeschi – la sua effigie è stata bruciata da un gruppo di provocatori davanti all’ambasciata statunitense nella capitale messicana. Octavio Paz aveva denunciato il pericolo di estinzione della democrazia in Nicaragua. Nell’agosto dello scorso anno, in occasione del suo settantesimo compleanno, il governo messicano gli ha reso omaggio, nonostante Octavio Paz e i suoi colleghi di Vuelta non avessero risparmiato critiche alla condotta del regime».

[26] «Sono uomo: duro poco ed enorme è la notte. / Ma guardo in alto: le stelle scrivono. / Senza capire comprendo: anch’io sono scrittura / e in questo stesso istante qualcuno mi sta decifrando». Paz scrisse questi versi in occasione del suo settantesimo compleanno.

[27] Carlos Castillo Peraza, Alguien me deletrea, intervista a Octavio Paz in Nexo, n. 5, primo semestre 1985, p. 21. Anche in 30Giorni, maggio 1985.

[28] Octavio Paz, Pequeña crónica de grandes días, Fondo de Cultura Económica, México 1990.

[29] Intransigente oppositore alla lunga dittatura del generale Stroessner, interessato alla vita politica, si affermò anche come ingegnere, lavorando alle grandi opere idrauliche nella conca del Río de la Plata. Ebbe un forte influsso sulla Chiesa del proprio paese e fu riferimento autorevole per i suoi vescovi. Meyer partecipò alla II Conferenza di Medellín nel 1968; diventò il primo laico ad occupare la carica di segretario esecutivo di uno dei dipartimenti del Consiglio episcopale latino-americano, quello sui laici appunto. Ebbe parte attiva anche a Puebla dieci anni dopo, e nuovamente a Santo Domingo nel 1992, dove si svolse la IV Conferenza generale dell’Episcopato latino-americano, e fu nominato da Giovanni Paolo II “membro” del Pontificio consiglio per i laici e auditore nell’Assemblea del Sinodo “americano”.

[30] Le citazioni su Meyer, salvo altra indicazione, sono tratte dal libro di Mario Ramos-Reyes con la collaborazione di Cristian Cantero, Los que se fueron, CEADUC – Centro de Estudios Antropológicos de la Universidad Católica “Nuestra Señora de la Asunción”, Asunción 2013 (Paraguay).

[31] Vi tornerà due anni dopo e il 23 agosto prenderà parte ad una tavola rotonda con docenti di università italiane dedicata all’intelligenza artificiale.

[32] Conversazione registrata ad Asunción, Paraguay, dal sacerdote Lino Mazzocco, nel 2004.

[33] María Celia Frutos, in Los que se fueron, cit., p. 78.

[34] Guzmán Carriquiry, In ricordo di Luis Alberto Meyer, cit. p. 60.

[35] Ivi, p. 61.

[36] Infra il capitolo Il mandato, pp. 214 e ss.

[37] María Celia Frutos, in Los que se fueron, cit., p. 86.

[38] Esteban Meyer Frutos, in Los que se fueron, cit., p. 101.

[39] Carriquiry, In ricordo di Luis Alberto Meyer, cit., p. 60.

[40] Infra capitolo Sindacalisti, p. 94 e ss.

[41] Fino a quel momento Meyer non aveva mai abbandonato l’impegno universitario, diventando uno dei creatori e animatori della Facoltà di Scienza e Tecnologia nell’Università Cattolica di Asunción.

[42] I suoi amici gli furono molto vicini in quei giorni. Il Nunzio portò nel reparto di terapia intensiva della clinica San Roque un rosario benedetto dal papa, che è rimasto sul tavolo accanto al letto di Meyer. Pochi giorni dopo la sua morte, celebrò una messa per la famiglia nella cappella della Nunziatura in Paraguay.

[43] La confidenza è di Guzmán Carriquiry: «Da anni Lucho scherzava seriamente parlando della necessità di un nuovo «ordine di cavalleria» o di una «santa mafia» per convocare, radunare e mobilitare molti amici cattolici dispersi nei diversi paesi latinoamericani. E non mancarono alcune iniziative in questo senso che lo videro attivo e presente, come la creazione della Fundación Juan Diego de Guadalupe da parte di tanti suoi amici che si erano impegnati nella Conferenza di Puebla e con il rinnovato impeto missionario nel pontificato di Giovanni Paolo II. Ci voleva, però, qualcosa di più».

[44] L’incontro si svolse a San Marino il 23 giugno 2007, voluto da don Luigi Negri, altro ciellino della prima ora.

[45] Il fondatore di Comunione e Liberazione interviene il 26 agosto 1983, nell’edizione dal titolo “Uomini scimmie robot”.

[46] Alberto Savorana, Vita di don Giussani, Rizzoli, 2013, p. 649.

[47] Venerdì 31 agosto, all’incontro intitolato “La Chiesa per il futuro dell’America”, sono presenti quattro ecclesiastici: già conosciamo Antonio Quarracino, argentino d’origine italiana, vescovo d’Avellaneda, presidente della Conferenza episcopale latinoamericana (CELAM); poi don Egidio Viganò, cileno d’origine italiana, rettore maggiore dei salesiani, presidente dell’Unione dei superiori generali, docente alla Facoltà teologica di Santiago del Cile; lo statunitense Richard Malone, segretario della Commissione dottrinale della Conferenza episcopale degli Stati Uniti; e infine un outsider come don Francesco Ricci, che anche in questo caso si presentava con una qualifica particolare: “esperto d’affari ecclesiastici latinoamericani”.

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