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Gaudí o la caparbietà di una fede umile

Presentiamo una bella biografia scritta a Chiara Curti sull’architetto della Sagrada Família che Papa Leone visiterà nella tappa barcellonese del viaggio in Spagna dal 6 al 12 giugno. Quello che lo porta a Barcellona è inaugurare la torre più altra della basilica, in coincidenza con il centenario della morte di Antoni Gaudí. Una figura gigantesca, quest’ultimo, a cui «Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici» rende giustizia.

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(Giulia Galeotti, Osservatore Romano). A Joan Maragall I Gorina (1860-1911), poeta e amico di Gaudí, che scrive «Andate (…). Troverete un uomo dalla barba rossiccia, che vi parlerà di cose meravigliose; non dico cose nuove, ma della meraviglia sconosciuta che c’è tra le cose conosciute», farà eco anni dopo Salvador Dalì (1904-1989): «È un tradimento all’opera di Gaudí pretendere di voler o poter finire la Sagrada Família in modo burocratico, razionale e senza genio. È molto meglio che rimanga come un gigantesco dente cariato, pieno di possibilità».

Queste di Gorina e Dalì sono due delle diciannove voci che compongono Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici (Barcellona, Triangle Books 2026), in cui Chiara Curti restituisce il racconto corale della vita dell’architetto spagnolo, ripercorsa attraverso le voci di coloro che lo conobbero. A partire da lettere, ricordi, articoli e interventi (alcuni inediti), infatti, Curti traccia un ritratto del venerabile, partendo dalla sua vita quotidiana. Ogni testimonianza finisce così per essere un piccolo tassello del grande trencadis che racconta Gaudí celato dietro l’artista che tutti conosciamo.

Parlare di Gaudí significa innanzitutto parlare della Barcellona del suo tempo, una città complessa, complicata, piena di contraddizioni. Una città in cui il sogno igienista non si realizzò, come dimostrano i dati: su mille abitanti 25 morivano prematuramente ogni anno, con 1 bambino su 5 che non raggiungeva i 12 mesi di vita. Parliamo di una città la cui popolazione operaia viveva nella precarietà estrema, «intrappolata — scrive Curti — in un circolo vizioso di miseria e malattia»; ed è esattamente tra loro che il nuovo tempio espiatorio va costruendosi. Lì, tra mille difficoltà, nella periferia più disagiata, in un territorio ostile e pericoloso (la stampa dell’epoca lancia ad esempio continui avvertimenti alle giovani, invitandole a non avventurarsi in quelle zone).

Più in generale, è la fase storica a essere difficilissima. Siamo in un periodo in cui si vuole forzatamente tenere la religione lontana dalla vita pubblica, in cui si ritiene non opportuno esporre simboli o immagini religiose sugli edifici, in cui la paura si insinua ovunque. Scegliere quest’epoca in cui tutto sembra sul punto di crollare per immaginare un’opera così grandiosa come la Sagrada Família non è certo un azzardo alla portata di tutti.

Ma Gaudí non è come tutti. Uomo dalla creatività eccezionale, dalla immaginazione penetrante, realizza un’opera in cui non c’è davvero nulla di superfluo perché tutto coopera alla salvezza: «Noi — dice l’architetto di Dio — rendiamo nuovo ciò che è antico». Con la sua forza intuitiva e la sua lentezza quasi disperata, Gaudí crea qualcosa che trabocca vita, espressione di un’arte che «non nasce dall’intenzione di fissare uno stile», ma piuttosto «dal desiderio — scrive Curti — di invitare a vivere un processo in cui il come è più significativo del cosa. Come un custode. Come un giardiniere che cura un giardino. L’architettura di Gaudí rimane aperta. In dialogo continuo con il tempo, con le persone, con Dio».

Veste semplicemente, e sempre di nero, il grande architetto; vive con pochissimo. Per tutta la vita costantemente a contatto con la malattia e con la morte, è umile, riservato e cammina tantissimo: «È una questione di salute», diceva, ma è anche una scelta comportamentale vicina ai poveri, alla gente comune. «I giovani studenti — racconta Curti — lo accompagnavano nelle sue passeggiate domenicali o sulla strada del ritorno al Park Güell. Avevano persino un quaderno sul quale iscriversi per partecipare a queste passeggiate, assicurandosi così che tutti avessero l’opportunità di conversare con lui».

Anche gli operai camminano con Gaudí, quei «lavoratori-amici coinvolti nella costruzione della Sagrada Família». Camminano verso il centro, quando lo accompagnano a casa al Park Güell, o passeggiano con lui in riva al mare. Perché essere riservato non significa essere asociale: Gaudí è un architetto che crea «un laboratorio di artigiani, un maestro competente e audace nella difficile arte della forgiatura. Molti degli amici più cari di Gaudí erano i suoi stessi operai. Gaudí li considerava risorse per la costruzione, parte integrante, con le loro vite, della missione della Sagrada Família». Gaudí vive con loro, ne conosce le difficoltà. Lavora ed edifica agendo e pregando con loro. «Ognuno si sentiva parte della grande famiglia che costruiva il tempio», Gaudí infatti «impiegava ogni persona che gli stava accanto come uno strumento, guidandola in modo ammirevole e aumentando le sue prestazioni in misura molto maggiore di quanto si possa credere. Diceva molto spesso che in questo mondo non c’è nulla di assolutamente inutile, basta solo saperlo sfruttare adeguatamente».

Uomo dalla fede profonda e radicale, Gaudí non è insensibile alle lotte sociali né all’odio diffuso contro la fede e la Chiesa cattolica. Lui che vive «senza paura, senza dare troppa importanza al successo e al riconoscimento pubblico» perché crede profondamente «nell’azione individuale silenziosa come mezzo per influenzare la società. (…) Aveva quella caparbietà della fede umile che consiste nel superare la contrarietà elevandosi al di sopra di essa».

Per nascita vicino ai contadini emigrati in città, quel che lo fa davvero soffrire è la violenza praticata e subita. Sa che essa non nasce solo dalle ideologie, ma anche dalla stanchezza e dalla disperazione. È anche per questo che Gaudí cerca un modo diverso, evangelico verrebbe da dire, per intervenire: tenta, ad esempio, di garantire la pace all’interno delle famiglie dei suoi operai affidando loro un lavoro onesto e retribuito. Sa infatti che la miseria non elimina solo le condizioni necessarie a una vita dignitosa, ma spezza «anche i legami più essenziali».

Perché — e il libro di Curti lo dimostra con chiarezza — dopo tante letture e studi, Gaudí giunge alla conclusione che la fede non sia frutto di un’idea, ma di una vita. «Ogni dettaglio del tempio è testimone di quella fede incarnata. Il visitatore non rimane affascinato solo dalla sua grandiosità, ma anche dall’infinita quantità di dettagli carichi di significato. Senza una profonda e costante contemplazione dei misteri della fede, né la facciata della Natività né nessun’altra sarebbero state concepite come lui le immaginò (…). Il grande architetto nulla faceva senza Dio, perché vedeva con formidabile intuizione la sua missione e la sua responsabilità».

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