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Stare sulla frontiera con lupi e pinguini

Pubblichiamo la nota finale del libro Per i figli si fa qualunque cosa appena edito da LDLIBRO. L’articolo che segue è stato pubblicato anche dall’Osservatore Romano nell’edizione del 29 settembre 2026. Il libro è disponibile in edizione cartacea e digitale nel sito web dell’editore, e anche su Amazon e le principali piattaforme editoriali.

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(Francesca Magni). La frontiera non è necessariamente una linea su una carta geografica. Può essere un quartiere che la città preferisce non vedere, una terra lontana dalla propria, un luogo nel quale le abitudini che ci portiamo dietro improvvisamente non bastano più. È il punto in cui qualcosa di conosciuto finisce e bisogna decidere con quali occhi guardare ciò che inizia.

Per i figli si fa qualunque cosa è pieno di frontiere. Ce n’è una enorme, quasi impossibile, tra la neve della Siberia e il caldo di Manaus. Ce n’è un’altra tra la foresta amazzonica e la città che le cresce dentro e contro. Poi ci sono fiumi, confini, la pampa, Buenos Aires, la Patagonia, Ushuaia, il mare, fino all’Antartide. Si viaggia molto, in questa storia. Eppure, il viaggio più importante non si misura in chilometri. È quello che separa il desiderio dalla comprensione.

Debora vuole un lupo siberiano. Lo vede in televisione e lo vuole. Quando finalmente Totò arriva a Manaus, lei e la sua famiglia fanno di tutto perché stia bene. Gli danno da mangiare, lo curano, cercano di proteggerlo dal caldo, di ricreargli artificialmente un pezzo del mondo dal quale è stato strappato. Fanno, insomma, «qualunque cosa». Ed è proprio qui che la favola diventa meno semplice di quanto sembri. Perché si può avere cura di qualcuno senza averlo capito. Si può essere pieni di buone intenzioni e continuare a guardare l’altro soltanto dal nostro punto di vista. Si può amare, perfino, e confondere l’amore con il possesso.

Totò non ha bisogno di una Siberia in miniatura costruita nel giardino di una casa di Manaus. Ha bisogno del suo mondo. Nel romanzo ritorna più volte la parola ecosistema. Dietro le spiegazioni del veterinario Figueroa c’è una questione molto seria: nessuna creatura esiste da sola. La vita è relazione con ciò che le sta intorno. Con il clima, con la terra, con gli altri esseri viventi. Con una memoria, verrebbe da aggiungere. Con qualcosa che chiamiamo casa anche quando non sappiamo più spiegare bene che cosa significhi. Debora arriva molto vicino a capirlo. Intuisce che a Totò manca qualcosa. Pensa alla neve e domanda dove sia possibile comprarla, come se anche quella mancanza potesse essere risolta trovando l’oggetto giusto. È un passaggio insieme comico e doloroso, perché dentro l’ingenuità della bambina c’è qualcosa di molto adulto: l’idea che tutto possa essere trasportato, acquistato, sostituito, ricostruito altrove.

Poi c’è Edmunda. Walmiri-Atroari, rimasta in qualche modo ai bordi della civiltà che circonda la famiglia Dos Santos, Edmunda non cerca con Totò un rapporto esclusivo, non forza la confidenza: tra loro si stabilisce piuttosto una familiarità silenziosa. Il lupo la riconosce come riconosce gli alberi, la terra, gli odori del luogo. E lei sembra individuare in lui qualcosa che gli altri non riescono a vedere. Chi sta al centro tende spesso a pensare che il margine sia un luogo incompleto: qualcosa che deve essere raggiunto, corretto, portato alla normalità. Da un margine, invece, il centro può apparire sotto una luce diversa. È anche qui che il libro incontra, senza bisogno di insistervi troppo, alcuni luoghi della vita del suo autore.

Alver Metalli è nato in Italia e ha scelto da molti anni l’America Latina. L’ha attraversata come giornalista e, negli ultimi anni, ha abitato alcune delle sue periferie più difficili, condividendo l’esperienza di padre Pepe Di Paola. Basta forse questo. Non tanto per cercare nel romanzo una spiegazione biografica, quanto per riconoscere una familiarità con certi luoghi: il margine, la distanza dal centro, la necessità di osservare prima di interpretare.

Per i figli si fa qualunque cosa, sotto la leggerezza della favola e il divertimento di molte sue pagine, torna continuamente su questo spostamento dello sguardo. Parla di animali portati dove non dovrebbero stare, di uomini convinti di sapere ciò che serve loro, di una natura che continua a ricordare che esistono equilibri non stabiliti da noi. Ma evita sempre il tono della predica. Persino quando mette in scena l’ecologismo, ne osserva le formule, le mode, le contraddizioni.

È qui che la definizione di «favola ecologica» acquista, secondo me, il suo significato migliore. Ecologia non soltanto come difesa dell’ambiente. Ecologia come domanda sul posto che occupiamo. Quanto spazio lasciamo agli altri? Quanto siamo capaci di incontrare una vita senza trasformarla immediatamente in qualcosa che ci appartiene? Quanto sappiamo rispettare una realtà prima ancora di pretendere di migliorarla? Sono domande che riguardano un lupo siberiano trasportato a Manaus, naturalmente. Ma soltanto fino a un certo punto, perché le favole funzionano così: fanno un lungo giro per riportarci esattamente nel punto dove siamo.

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