Israele-Palestina. Neuhaus: «È giunto il momento che ciascuno accetti l’altro»

David Neuhaus è gesuita. È israeliano e professore di Sacra Scrittura. È nato in Sudafrica da genitori ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania negli anni Trenta del secolo scorso. É stato in passato anche Vicario patriarcale del Patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di espressione ebraica e per i migranti. «Io vivo in una Terra Santa che è anche Israele e Palestina» dice di sé stesso. «Questi tre termini identificano lo stesso luogo, ma implicano tre modi diversi di vivere. Da parte mia sento una vocazione profondamente radicata a viverli tutti e tre». Tale immanenza rende Neuhaus particolarmente autorevole nelle cose che dice sul conflitto attuale tra israeliani e palestinesi, come nell’intervista che ha rilasciato all’agenzia della Santa Sede Fides che proponiamo di seguito.

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(Gianni Valente) In Palestina e Israele, in 6 mesi di guerra, «è vergognoso che nessuno sia stato in grado di chiedere conto ai guerrafondai». Lo scrivono i Gesuiti, nella dichiarazione diffusa nei giorni di Pasqua riguardo alle atrocità che stanno insanguinando la Terra Santa. Padre David Neuhaus, membro anche lui della Compagnia di Gesù, rende testimonianza della fede dei cristiani di Gaza, che proprio in mezzo a tanta morte e disperazione, nel tempo di Pasqua, annunciano che Cristo è risorto. E nell’intervista concessa all’Agenzia Fides, chiama per nome i tanti fattori che concorrono di nuovo a spargere sangue innocente e dolore nella terra di Gesù.

Gesuita israeliano e professore di Sacra Scrittura, David Neuhaus è nato in Sudafrica da genitori ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania negli anni Trenta del secolo scorso. padre David è stato in passato anche Vicario patriarcale del Patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di espressione ebraica e per i migranti.

Padre David, che tempo di Pasqua è, quello del 2024, per i cristiani di Terra Santa?

DAVID NEUHAUS. Quella di quest’anno non è una Pasqua gioiosa. Non possiamo dimenticare i nostri fratelli e le nostre sorelle a Gaza, in Cisgiordania, in Israele. C’è troppa sofferenza, troppa morte e distruzione ovunque. Tuttavia, tra le immagini più forti di questa Pasqua ci sono state quelle dei cristiani della parrocchia cattolica della Sacra Famiglia a Gaza. Con una salda forza di sopportazione e una fede radiosa, hanno celebrato le liturgie della Settimana Santa e hanno proclamato che Cristo è risorto. Ci vuole un coraggio enorme per stare sull’orlo di una tomba spalancata, circondati dalle rovine di quasi sei mesi di bombardamenti, da attacchi militari incessanti e dalla realtà di tanta morte, distruzione e disperazione umana, dall’ombra della carestia e delle malattie, e gridare: “È risorto! La sua tomba vuota testimonia la fine del regno della morte”. È da lì che anche noi dobbiamo rafforzare la nostra speranza che le tenebre lascino il posto alla vita, che la morte sia vinta, che giungano la giustizia e la pace.

Alcuni mesi fa la “soluzione militare” imboccata da Israele veniva presentata come una scelta obbligata per “estirpare Hamas” dopo l’eccidio compiuto da Hamas il 7 ottobre. Adesso, quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza può ancora essere giustificato con tale motivazione?

NEUHAUS: La ferocia della risposta di Israele al 7 ottobre è certamente in parte una reazione di estremo dolore e paura. Molti israeliani ritengono di essere in lotta per la propria sopravvivenza, e paragonano questo attacco ai peggiori attacchi subiti dal popolo ebraico nella sua storia, compresa la Shoah commessa dai nazisti. Ma alcuni israeliani e molti membri della comunità internazionale si stanno rendendo conto che la leadership politica israeliana, in particolare il Primo Ministro Benyamin Netanyahu e i suoi sostenitori, hanno ora un interesse personale nella guerra. Netanyahu e la sua cerchia ristretta sanno che, quando le armi taceranno dovranno affrontare il popolo che chiede di cercare i responsabili dei fallimenti che hanno portato Israele ad essere così impreparato a ciò che è accaduto. Tuttavia, lo slogan “distruggere Hamas”, ripetuto così spesso dall’establishment politico e militare israeliano dal 7 ottobre, non è mai stato chiaro, nemmeno all’inizio.

A cosa si riferisce?

NEUHAUS: Hamas è un vasto movimento sociale, politico e assistenziale che comprende anche un’ala militare. Ma forse più di ogni altra cosa Hamas è un’ideologia nata dalla disperazione, dalla rabbia e dalla frustrazione per il fatto che il grido palestinese di libertà, uguaglianza e giustizia è rimasto inascoltato per decenni. Dal 1917, la voce ebraica non solo è stata ascoltata, ma ha ricevuto il sostegno determinante di nazioni potenti. I palestinesi avrebbero dovuto cedere, forse addirittura scomparire, per far posto alla sovranità ebraica. Hamas, emerso negli anni ’80, ha dato voce a una resistenza rabbiosa e spesso violenta a tutto ciò. Credo che l’unico modo per distruggere la violenza, la rabbia e la frustrazione associate ad Hamas sia quello di rispondere al grido palestinese di giustizia. Invece, in nome di una guerra “per distruggere Hamas”, decine di migliaia di persone vengono uccise, la Striscia di Gaza viene trasformata in un deserto in rovina, le realtà della carestia e della malattia dilaga. Tutte queste cose sono potenti ragioni per far crescere ancora di più la violenza, la rabbia e la frustrazione.

Lei come valuta le reazioni internazionali e soprattutto quelle dei Paesi occidentali davanti all’escalation?

NEUHAUS: Dal 7 ottobre, questi Paesi si sono dimostrati in gran parte solidali con Israele. In effetti, gli orrori di quel giorno sono stati assolutamente scioccanti: omicidi, violenze gratuite di ogni tipo, distruzione e il drammatico rapimento di uomini, donne e bambini, vecchi e giovani, presi in ostaggio. Gli eventi furono scioccanti anche perché nessuno poteva credere che l’esercito e l’intelligence israeliana sarebbero stati colti di sorpresa da un attacco così eclatante. Troppi hanno ignorato ciò che era accaduto prima del 7 ottobre, il contesto in cui si sono verificati questi brutali attacchi: l’assedio di Gaza che ha reso la Striscia una prigione a cielo aperto, la brutale occupazione israeliana dei territori palestinesi dal 1967, la confisca delle terre, la costruzione di insediamenti e il soffocamento della vita sociale, economica, politica e culturale palestinese, nonché la continua discriminazione nei confronti dei cittadini arabi palestinesi di Israele dal 1948. La brutalità degli attacchi palestinesi del 7 ottobre ha anche impedito a molti di percepire immediatamente la brutalità della risposta israeliana: le scioccanti conseguenze dei bombardamenti e delle operazioni di terra israeliane sui non combattenti, la totale mancanza di proporzionalità e il libero sfogo dato alle forze più estremiste della società israeliana per scatenare il caos in Cisgiordania. Solo nelle ultime settimane i vertici politici dei Paesi che sostengono Israele hanno iniziato a esprimere dubbi sulla campagna militare in corso e stanno esercitando pressioni, ancora deboli, per frenare Israele.

Gli appelli e i richiami a interrompere l’escalation sembrano cadere nel vuoto. Da cosa dipende questa inutilità e inefficacia? E quali potrebbero essere strumenti e metodi di pressione più efficaci?

NEUHAUS. La comunità internazionale, e soprattutto i Paesi occidentali, hanno troppo spesso ignorato i palestinesi, pensando che loro avrebbero accettato di essere consegnati ai margini della storia. I recenti cosiddetti “piani di pace” hanno ignorato i palestinesi, puntando solo a convincere i Paesi arabi a normalizzare le loro relazioni con Israele: una normalizzazione basata sul commercio, sulla collaborazione militare, sull’ostilità all’Iran, e via dicendo. Poco prima del 7 ottobre, Israele si aspettava di raggiungere l’apice di questo processo consolidando i legami con l’Arabia Saudita, con il patrocinio degli Stati Uniti. Questo modello di trattati risale agli anni ’70, quando Israele firmò un trattato di pace con l’Egitto con la mediazione degli Stati Uniti. Il 7 ottobre ha riportato la questione palestinese al centro dell’attenzione, e c’è da sperare che le potenze lavorino ora con maggiore determinazione per trovare una soluzione alla questione palestinese. Una soluzione che garantisca ai palestinesi gli stessi diritti degli israeliani, il diritto alla libertà, all’uguaglianza e alla giustizia. Senza questo non ci può essere pace.

Il Papa e la diplomazia della Santa Sede subiscono attacchi per le loro parole sulla guerra mondiale a pezzi e sulle richieste di tregua, che vengono presentate come espressioni di “complicità” con i nemici. Lei come considera e come giudica queste pressioni e attacchi rivolti verso il Papa e la Santa Sede?

NEUHAUS: La voce del Papa è stata coerente e determinata fin dall’inizio di questa fase del conflitto. Il Papa ha gridato più volte che «La guerra è una sconfitta per tutti». Più recentemente, nel suo messaggio pasquale, ha aggiunto che «La guerra è sempre un’assurdità». Sin dai tempi di Papa Giovanni Paolo II ci si chiede se possa esistere una “guerra giusta” in tempi di armi di distruzione di massa. Naturalmente, i Paesi impegnati nelle guerre e quelli che le sostengono non apprezzano questo messaggio che mette la vita umana al di sopra delle ideologie politiche e dei presunti interessi nazionali. Papa Francesco non ha smesso di sottolineare che la violenza di entrambe le parti, israeliani e palestinesi, ha portato principalmente all’uccisione di non combattenti, in particolare donne e bambini. Quanti pretendono che il Papa si schieri sono frustrati dal suo rifiuto di farlo, e questo ha fatto infuriare anche l’establishment israeliano. Il Papa ha ripetutamente insistito sul fatto che quando parliamo di Israele e Palestina dobbiamo aprire gli orizzonti per includere sia gli israeliani che i palestinesi. Lui ha sempre rifiutato di essere complice di chi fa la guerra. Piuttosto, insiste sul fatto che anche lui prende posizione: è dalla parte delle vittime della violenza, di coloro che sono stati uccisi dai bombardamenti israeliani e dalle operazioni di terra, di coloro che sono stati feriti e sepolti sotto le montagne di macerie, di coloro che sono affamati e feriti; è dalla parte di quelli che hanno perso le loro case e di coloro che sono stati presi in ostaggio e languono in luoghi oscuri a Gaza. Nel fornire una grammatica per parlare del conflitto, il Papa enuncia un linguaggio di “equivicinanza” – un’uguale vicinanza agli israeliani e ai palestinesi che soffrono le conseguenze di un conflitto che è stato fatto incancrenire per più di cento anni.

La guerra a Gaza quali conseguenze potrà avere sul cammino della convivenza tra le fedi? La tragedia che sta accadendo in Terra Santa non rischia di far apparire le parole del dialogo e della fratellanza come idealismi e retoriche lontani dalla realtà?

NEUHAUS: Purtroppo, l’attuale conflitto è solo la fase più recente di una lunga guerra che infuria da decenni. Forse sembrava che le comunità religiose in Terra Santa vivessero insieme, ma questa è sempre stata una impressione piuttosto superficiale da parte di quanti non percepiscono la ferita incancrenita sofferta dagli abitanti di questa terra. Gran parte del nazionalismo ebraico si nutre ancora degli orrori della Shoah. Ci sono ancora profonda rabbia, dolore e senso di tradimento per il fatto che gli ebrei siano stati abbandonati al loro destino in quegli anni bui. Gran parte del nazionalismo palestinese si nutre degli orrori della Nakba, la catastrofe palestinese del 1948, e della sensazione di essere stati traditi, di essere stati destinati a scomparire per lasciare il posto agli ebrei. Ora, in Israele/Palestina, ci sono sette milioni di ebrei e sette milioni di palestinesi. È giunto il momento che ciascuno accetti l’altro, che si renda conto che l’altro è qui per restare. Solo questa base può garantire una vita condivisa basata sull’uguaglianza di ogni persona, sulla libertà di ognuno; uguaglianza e libertà sono le componenti fondamentali di una giustizia senza la quale non può esserci pace.

Le scelte politiche e militari messe in atto nella guerra di Gaza vengono influenzate da concezioni e pensieri di matrice religiosa “apocalittica”?

NEUHAUS: Il conflitto in Israele/Palestina non è di natura religiosa. È piuttosto lo scontro tra due movimenti nazionali, entrambi forgiati nel mondo concettuale del nazionalismo europeo del XIX secolo. Tuttavia, entrambi i movimenti nazionalisti si sono impegnati nell’appropriazione, nello sfruttamento e nella manipolazione delle tradizioni religiose al fine di mobilitare Dio dalla propria parte. I testi religiosi vengono estrapolati dal loro contesto storico e spirituale, sia esso biblico o coranico, per parlare al nostro presente. Questo uso empio della religione e delle Scritture ha poco a che fare con Dio o con i valori spirituali, e glorifica piuttosto la guerra e la morte. Come uomini e donne di fede dobbiamo opporci a questo uso cinico della religione. Dalla guerra del 1967, la visibilità della religione nel conflitto è aumentata a dismisura.

Rileggere il documento del 2019 sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza”, firmato da Papa Francesco e dallo Sheikh Ahmad al-Tayyeb di Al-Azhar, è illuminante in questo contesto: «Le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portarli a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione». Rabbini, sheikh e pastori in Israele/Palestina e in tutto il Medio Oriente farebbero bene a meditare attentamente questo paragrafo, prima di sostenere le campagne militari dei governi sotto cui vivono. (Agenzia Fides 6/4/2024)