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Il Venezuela di L. E. Marius

Pubblichiamo il capitolo “Sindacalisti” del libro “Albori. Don Giussani nell’America del Sud di lingua spagnola 1973-1987” (Pagina 2025). Nella fotografia di copertina Marius è con don Giussani in un momento del sinodo dei laici del 1987 indetto da Giovanno Paolo II a cui entrambi hanno preso parte. Il titolo “Il Venezuela di L. E. Marius” invece ha il proposito di legare il personaggio del capitolo, all’epoca sindacalista, alla cronaca internazionale dell’intervento statunitense che si è concluso con il sequestro del presidente Maduro. Marius è morto il 3 ottobre 2014 all’età di 75 anni, dopo una vita spesa al servizio della Centrale latino-americana (CLAT) e dei lavoratori dell’America Latina. Nelle fotografie della galleria a fine articolo il sindacalista al sinodo dei vescovi del 1987 invitato da Giovanni Paolo II e durante la sua partecipazione al Meeting di Rimini nel 1984 dove svolse un apprezzato intervento sul titolo “America, un piccolo grande mito”.

***

(Alver Metalli). Più ancora di Máspero sarà il suo braccio destro, Luis Enrique Marius, a coltivare il rapporto con uomini di Comunione e Liberazione, fino a coinvolgersi personalmente con il movimento di don Giussani quando questi sbarcherà nella sua terra d’adozione. Per anni il dirigente sindacale farà la spola tra Venezuela ed Europa con l’incarico di rappresentare la Centrale latino-americana dei lavoratori presso le istituzioni della Comunità europea e raccogliere fondi per il suo sindacato. Le radici di Marius, però, non sono venezuelane, anche se in questo paese trascorrerà molta parte della sua vita, bensì affondano nell’Uruguay di altri suoi connazionali che sono entrati con slancio in queste cronache, valgano tra tutti i nomi di Guzmán Carriquiry e Alberto Methol Ferré.

In Uruguay Marius si coinvolge sin da giovane con un gruppo animato dai padri agostiniani della parrocchia Santa Rita da Cascia, nel quartiere Punta Gorda di Montevideo. Il gruppo era conosciuto per la sua sigla, JUSA (Juventud Unida San Agustín), ed «era probabilmente il più numeroso tra quelli della pastorale giovanile di Montevideo nella seconda metà degli anni Sessanta» stima un uomo che ne faceva parte dagli inizi: Héctor Lescano[i].

Erano gli anni in cui l’Europa era attraversata dai primi sussulti della contestazione studentesca e il Concilio si avviava a conclusione generando i primi sommovimenti in ambiti ecclesiali. Anche l’Uruguay si scuoteva dalla lunga siesta che aveva visto l’apogeo dello Stato “benefattore”, il cosiddetto welfare state, il consolidarsi dell’industria nazionale e il formarsi di una classe media numericamente piccola in rapporto alla popolazione totale, ma dinamica e intraprendente. Tempi che però restavano sempre più alle spalle e la cosiddetta “Svizzera d’America” era sempre meno tale.

María Isabel Viera entrò a far parte del gruppo quando si era già formato. «Era un momento, questo attorno al ’68, in cui dominava un certo pensiero e la comunità ne era impregnata» ricorda. «Come altri gruppi, del resto, penso a La Comunidad del Sur, formata da anarchici, che esisteva da qualche anno ed era più consolidata di quanto lo fossimo noi»[ii]. Scompaiono i vecchi leader politici, emblemi di un’epoca che cambia; si affaccia la guerriglia dei Tupamaros. Nel cattolicesimo dell’Uruguay, e in altri punti dell’America Latina, prendevano piede forme di impegno sociale e politico sempre più radicale a favore dei settori lasciati ai margini dallo sviluppo. «Fin dall’inizio, Quique[iii] è stato il leader del gruppo, i cui aderenti provenivano quasi tutti da famiglie benestanti dell’alta borghesia mentre lui era di famiglia operaia» racconta Héctor Lescano. Il padre, don Eugenio, era un capomastro italiano approdato in Uruguay negli anni Venti, sulla cresta dell’onda migratoria di inizio secolo, la madre doña Yiya, una creola infaticabile. La moglie Elba, «il suo “cavo di messa a terra”», confida Lescano, che fu testimone di nozze di Marius, una donna «che bilanciava con il carattere materno e la dolcezza che la contraddistinguevano, gli impulsi a volte irrefrenabili del marito».

Fu alla fine del ’68 che alcuni amici del gruppo decisero di vivere insieme. Dettero così vita ad una sorta di “comune” cristiana che prese il nome di “Comunidad Mensaje” (Comunità Messaggio). «Volevamo trasmettere alla società una testimonianza di vita semplice e solidale come quella dei discepoli del Signore e questo nome ci sembrava espressivo di un tale proposito» precisa Lescano. «L’essenza del Vangelo la vedevamo realizzata nell’impegno preferenziale verso i poveri e in quegli anni – ma perché non dovrebbe esserlo anche ora? – questa opzione era al centro del messaggio che volevamo comunicare».

La sede dell’antesignana fraternità è la casa stessa del giovane Luis Enrique e della moglie Elba, costruita dal padre Eugenio, che viveva al secondo piano con la sposa e il fratello più piccolo, Jorge, anch’egli parte integrante della Comunità Messaggio. «Eravamo tutti militanti della Democrazia Cristiana», racconta Lescano, che va con il ricordo alla fondazione del partito nel 1962[iv]: «La sua ispirazione era umanista e cristiana, il programma politico mirava a provocare quei cambiamenti strutturali di cui l’Uruguay aveva bisogno per crescere in qualità democratica, giustizia sociale e diritti inclusivi e non discriminatori».

In Marius la vocazione sindacale è precoce. «Era l’unico della comunità che aveva un lavoro esterno come impiegato in una fabbrica tessile» annota Lescano. Lì fonderà il Sindacato degli impiegati amministrativi, parte del potente Congresso dei lavoratori tessili (COT). Sono anni importanti per la vita di Marius e per il suo futuro impegno di dirigente sindacale, per oltre un decennio[v], nella Convenzione nazionale dei lavoratori dell’Uruguay. Una vera e propria scuola di formazione al sociale – così la considererà lui stesso – che lo mette a contatto con la realtà dei lavoratori, le loro rivendicazioni, i metodi di lotta, ed anche le debolezze del movimento sindacale chiamato a rappresentarli. La Convenzione sarà anche un trampolino verso l’esterno, giacché in questo periodo farà la conoscenza di esponenti importanti della classe dirigente politica latinoamericana, con cui intratterrà rapporti: dai venezuelani Luis Herrera Campíns, che diventerà presidente del Venezuela di lì a pochi anni (1979-1984), e Dagoberto González, segretario nazionale sindacale del Partito social cristiano, al brasiliano André Franco Montoro, già ministro del lavoro nel governo di Tancredo Neves; dal dirigente sindacale argentino Carlos Custer agli europei Martin Schulz, Amintore Fanfani, Mariano Rumor, figure di primo piano di area democristiana negli anni Novanta, e, più tardi, al leader di Solidarność Lech Walesa, fino allo stretto rapporto con Giovanni Paolo II, che Marius chiamava confidenzialmente “el Polo”, il Polacco.

La Comunidad Mensaje farà il suo tempo e si avvierà infine al suo declino. I componenti prenderanno strade differenti, alcuni emigreranno in altri paesi, e la comunità si dissolverà. Per Marius si prepara un futuro da sindacalista in Venezuela. Viaggerà a Caracas diverse volte per partecipare a congressi ed altre attività collegate al suo impegno sindacale. «Era un grande oratore, capace di trattare temi complicati con fluidità e solidità argomentativa, qualità che sicuramente gli sono valse la leadership nella CLAT di Emilio Máspero» commenta Lescano. Gli assegnano compiti delicati, di rappresentanza internazionale e di raccolta di finanziamenti per l’esecuzione di progetti a favore dei lavoratori.

Il buon impegno dimostrato lo catapulta ai vertici.

Nel 1977, non ancora quarantenne, sarà eletto nel Bureau politico della Centrale sindacale, carica che ricoprirà per cinque mandati consecutivi, fino al 2002[vi]. Ruoli e responsabilità si moltiplicano. Chi gli è vicino in quegli anni lo sente esortare spesso i compagni a «mettere i gesti prima delle parole, fare le cose che pensiamo e sentiamo prima di propagandarle». Per Luis Enrique Marius, l’America Latina è il continente più ingiusto del pianeta in termini di distribuzione della ricchezza, con un gigantesco livello di esclusione sociale ed alti tassi di emarginazione. Ma per lui «la crisi è anche culturale, e si riflette nella sfera politica come una perdita di identità delle classi dirigenti»[vii]. È sua convinzione che non si possa «parlare di sviluppo senza un processo di recupero dell’identità culturale latinoamericana, impregnata fin dalla sua origine di pensiero umanista cristiano, e specialmente della Dottrina sociale della Chiesa».

Puebla e il pontificato di Giovanni Paolo II sono un punto di svolta nel suo percorso umano e professionale. Nel periodo di preparazione della conferenza continentale, nei mesi di gennaio e febbraio 1979, le antenne di Marius e della CLAT si tendono. La rivoluzione sandinista in Nicaragua, l’assassinio di monsignor Romero in Salvador, le dittature che vanno imponendosi nel Sud del continente, confermano la vocazione anticapitalista e antitotalitaria della CLAT. Marius frequenta figure importanti del cattolicesimo latino-americano[viii]. Con alcune di loro promuoverà due conferenze su “Movimento sindacale, Chiesa e lavoratori” che faranno parlare di sé. Si terranno nella sede dell’Università dei lavoratori di Caracas, voluta – come abbiamo visto – da Emilio Máspero, e registreranno una partecipazione ampia di vescovi, sacerdoti e dirigenti sindacali provenienti praticamente da tutti i paesi dell’America Latina, senza ignorare una delegazione ispanica dagli Stati Uniti. Il ruolo di Marius come trait d’union tra sindacalismo, gerarchia cattolica in America Latina e Vaticano ne esce rafforzato. Ne è prova «la frequenza, la vicinanza e l’intensità delle relazioni personali con il Santo Padre e con il suo entourage; la partecipazione alle attività pontificie legate all’apostolato laico e al mondo del lavoro; la sintonia dottrinale con encicliche come Laborem exercens e Sollicitudo rei socialis; i rapporti con il movimento polacco Solidarność; le onorificenze e i premi che gli vengono assegnati anche in ambito pontificio»[ix].

Marius ebbe occasione di incontrare Giovanni Paolo II ben 22 volte. Lo ricorderà lui stesso in un Happening a Caracas nel maggio 2011 con a fianco Pietro Parolin, allora nunzio in Venezuela[x]. Memorabile, per il dirigente sindacale, l’ultima visita a Giovanni Paolo II, alla fine del 2003. «Mia madre era morta poco prima e il papa l’aveva conosciuta negli anni Novanta, quando mio padre lo aveva incontrato una delle prime volte», racconta il figlio Alejandro. «In quest’ultima visita, ultima perché Giovanni Paolo II sarebbe morto di lì a poco già in fama di santità, mio padre racconta con gli occhi lucidi che il pontefice gli chiese notizie della famiglia e nell’apprendere la notizia della scomparsa della moglie Elba disse: “Sì, sì, sì mi ricordo di lei” e la descrisse, coi capelli bianchi, gli occhi azzurri, per poi aggiungere: “tranquillo, perché sta bene”. A livello personale è stato l’incontro che più lo ha colpito».

Nell’ottobre 1987 il sindacalista verrà convocato come auditore al Sinodo mondiale dei vescovi dedicato alla “Missione dei Laici”[xi]. Due giorni prima, il segretario di Giovanni Paolo II, Stanisław Dziwisz, gli fa sapere che il papa desidera vederlo durante la pausa caffè. Tra i relatori al Sinodo ci sarà anche don Giussani, invitato come auditore e al margine dei lavori il dirigente sindacale si ritroverà con lui.

Il suo incontro con Comunione e Liberazione risale alla fine del 1980, nella persona del sacerdote di CL che frequentava già in Polonia il futuro pontefice. «Faceva sempre riferimento a quel grande viaggiatore e missionario che fu don Francesco Ricci, e agli incontri con lui in Italia, in Uruguay, in Argentina e in altri punti d’Europa e di America Latina», racconta il figlio Alejandro, che va con il ricordo al primo viaggio in Italia con il padre sindacalista. «Nel febbraio-marzo 1994 ho approfittato di una sua missione in Europa e l’ho seguito in Belgio, Francia, Germania e Italia. A Roma, mentre lui adempiva gli impegni presi, sono stato ospite di Guzmán Carriquiry, amico suo. Quando poi è arrivato anche papà, siamo andati a visitare Giovanni Paolo II. Lì ho potuto vedere la grande familiarità che il papa aveva con lui. Sono stato poi a Milano, ed è lì che ho conosciuto persone di Comunione e Liberazione». Marius padre incoraggia quella frequentazione. «Noi figli, ci ha sempre spinti a seguire Giussani e a partecipare al movimento, non come chi concede un permesso punto e basta, ma come chi si rallegra sinceramente che essi si coinvolgano in una storia cristiana di quel tipo», conferma Alejandro, oggi uno dei responsabili del movimento in Venezuela. «Mio padre si riferiva a Giussani come ad un uomo appassionato alla singola persona e allo stesso tempo con una grande capacità di entrare in tutti i temi della vita. E per lui, sindacalista, che esistesse un uomo così, che generava un movimento che giudicava tutto, non in maniera pietista ma razionale, che teneva conto di tutti i fattori, era una cosa affascinante.

Il sindacalista parteciperà ai momenti caratteristici della vita di Comunione e Liberazione in Venezuela. «Aveva un ultimo accenno di resistenza nel seguire i responsabili ma si considerava del movimento a tutti gli effetti», riconosce il figlio. «Diceva che il carisma di Giussani è una lampada che getta luce su tutto quello che raggiunge».

Il rapporto del dirigente sindacale con CL avrà ripercussioni sulla stessa CLAT. Alejandro Marius ricorda che una volta vennero a Caracas, invitati dall’UTAL, l’Università dei lavoratori che faceva capo alla centrale sindacale, Giancarlo Cesana, responsabile di Comunione e Liberazione in Italia, e Mario Saporiti, che aveva a che fare con l’editoria del movimento. «In quel loro viaggio pensarono ad una casa editrice per l’America Latina che avesse base a Caracas, appoggiata dalla CLAT. Alla fine, la casa editrice non si fece, ma papà ha continuato ad aprire le porte al movimento». Fu così per l’arrivo del sacerdote italiano Leonardo Grasso in Venezuela nel 1993, e in occasione della tragedia delle inondazioni nello stato di Vargas, nel dicembre 1999, di cui furono vittime migliaia di persone. «La CLAT mise a disposizione di una ONG di Comunione e Liberazione, Avsi, un ufficio, e in seguito offrì una casa per gli incontri di CL a Caracas».

Un amico della prima ora, Nazario Vivero, riferisce quanto l’incontro con Comunione e Liberazione abbia inciso nella vita del dirigente sindacale[xii]. «Mi azzardo a dire che il contatto personale, la conoscenza degli ideali e dell’opera “pubblica” di don Giussani e del movimento ha provocato una metanoia nella comprensione dell’impegno di Luis Enrique Marius nel e col mondo del lavoro – poi concretizzato nell’impegno di tutta la famiglia in CL». Vivero, che sarà padrino di battesimo di uno dei figli di Marius, Leonardo, e suo insegnante in seminario, segnala due direzioni di tale cambiamento: «quella di un’esperienza più personale, e quella relativa alla sua militanza socio-politica a cui darà una prospettiva più ampia, sulla scia della Evangelii nuntiandi di san Paolo VI»[xiii].

Il sindacalista visita il Meeting di Rimini nel 1984 e partecipa ad una tavola rotonda con Robi Ronza, uno dei primi collaboratori della kermesse estiva di Comunione e Liberazione[xiv]. Vi pronuncia un intervento appassionato, in buon italiano, in omaggio al pubblico che lo ascolta e alle proprie origini familiari. Con coraggio accenna alla scoperta e conquista del continente, alle invasioni esterne e al grande rimescolamento di popoli cui dette origine. Fino alle correnti migratorie di fine Ottocento, prevalentemente europee, che nel corso degli anni portarono nel Nuovo Mondo venti milioni di persone, «alla ricerca di migliori condizioni economiche che l’Europa non era in grado di offrire alle grandi masse di lavoratori costrette a passare dalla produzione agricola a quella industriale»[xv]. Parole desuete anche per il pubblico, prevalentemente di Comunione e Liberazione, che lo ascoltava. Parteciperà anche ad un momento tipico della vita degli aderenti a Comunione e Liberazione, gli esercizi annuali della Fraternità predicati da don Giussani, tenuti anch’essi a Rimini, come il Meeting. È tra i fondatori del Centro de estudios y solidaridad con América Latina (CESAL) e collabora attivamente con la rivista Incontri[xvi]. Tutte circostanze su cui torneremo nel prosieguo di queste note.

L’ultima parte della sua vita la dedica ad una istituzione da lui stesso fondata nel 2005[xvii], convinto che uno sviluppo integrale dell’America Latina passi per una combinazione simultanea di identità-sviluppo-integrazione. Marius descrive con queste parole la sua creatura: «Non è un movimento di massa, ma è permeato di questioni sociali; non è un partito politico, ma si occupa di politica; non è una lobby di uomini d’affari, ma si occupa di economia; non ne fanno parte solo leader sociali, ma si impegna in questioni sociali; non mette insieme professionisti dell’ecologia, ma si occupa di ambiente». È il fiore all’occhiello che coronerà la sua traiettoria[xviii]. «Credo che abbia strutturato il CELADIC a partire da due “moventi-occasioni”» afferma Nazario Vivero, che gli succederà dopo la morte. «Una “negativa”, la scomparsa di Emilio Máspero nel 2000. Marius, che sarebbe stato l’interprete più adatto e consono al percorso del defunto leader, non venne tuttavia eletto alla successione» afferma Vivero. «Una seconda, “positiva”: l’intuizione che dopo molteplici alti e bassi e non poche contraddizioni, la prospettiva di maggiore giustizia, migliore democrazia e rinnovata identità dell’America Latina si basano su uno sviluppo integrale, una vera integrazione e una comunità di nazioni»[xix].

Un cancro al fegato metterà fine alla vita di Luis Enrique Marius il 3 ottobre 2014 all’età di 75 anni. «È stato tutto molto rapido. Per due mesi è entrato e uscito dalla clinica varie volte, con molta sofferenza le ultime settimane, quando neppure la morfina riusciva a calmare il dolore. Sono stato con lui nel momento in cui il medico gli ha detto che non c’era più niente da fare ed era questione di giorni, ma in quel momento non era cosciente. Quando si svegliò chiese del dottore, perché sapeva che sarebbe dovuto passare in corsia, e io ho dovuto dirgli tutto».

Con emozione il figlio Alejandro racconta gli ultimi momenti al capezzale del padre. «Chiese che nella stanza gli mettessimo musica e ripeté la frase di Alberto Hurtado che in certo qual modo fu l’ispiratore della CLAT. “Contento, Señor, contento”. In quel momento la musica di fondo era la romanza di Puccini Nessun dorma, cantata da Pavarotti. Anche lui ha cercato di cantarla». «Nel momento del decesso eravamo tutti stretti attorno a lui, noi fratelli[xx] – Leonardo celebrò messa –, le mie figlie, Andrea con suo marito, Nazario Vivero, suo grande amico. Fu un commiato doloroso, ma molto cosciente di dove andava»[xxi].

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[i] Il dialogo con Héctor Lescano e l’autore, citato in questo capitolo, è il risultato di uno scambio di e-mail avvenuto tra l’11 marzo e l’11 maggio 2022. L’intervistato risiede a Montevideo, in Uruguay.

[ii] Il ricordo è stato inviato all’autore da Montevideo, Uruguay, il 1° aprile 2022.

[iii] Nomignolo con cui Luis Enrique Marius veniva chiamato dagli amici.

[iv] Partido Demócrata Cristiano dell’Uruguay, in sigla PDC. Attualmente forma parte della coalizione politica denominata Frente Amplio.

[v] 1966-1977.

[vi] La sua vita di sindacalista lo porterà a coinvolgersi con diverse istituzioni: l’Universidad de los Trabajadores de América Latina, la Comisión Latinoamericana por los Derechos y Libertades de los Trabajadores y los Pueblos, la Confederación Mundial del Trabajo. Inoltre, negli anni 1982-2004, rappresenterà la CLAT alle assemblee generali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Dal 1977 al 2004, dirigerà l’Istituto latino-americano per la Cooperazione e lo Sviluppo, una fondazione che promuove e coordina il sostegno solidale alle organizzazioni dei lavoratori in America Latina.

[vii] Per descriverla usa il termine «neo pragmatismo che annienta la dignità della persona e l’etica». I politici – accusa – invece di proporre un progetto di sviluppo applicano il marketing elettorale, con l’unico obiettivo «di conquistare voti, sintonizzarsi con le aspirazioni dei popoli in modo strumentale». Per Marius si è di fronte «ad una perdita d’identità della classe dirigente politica, che si riflette nella carenza di proposte nell’esercizio del governo». Nessuno – lamenta il sindacalista – «può prevedere ciò che un governante farà veramente al di là delle promesse elettorali».

[viii] Mons. Pérez Morales in Venezuela, Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga in Honduras, Dom Ivo Lorscheider in Brasile, Sergio Contreras in Argentina, Fernando Ariztía e Pierre Bigo in Cile, Enrique Castillo in Messico, Luis Meyer in Paraguay e, naturalmente, l’uruguayano Alberto Methol Ferré.

[ix] I principali interlocutori oltretevere saranno il card. Roger Etchegaray, Prefetto della commissione vaticana Iustitia et Pax, e monsignor Stanislaw Dziwisz, segretario privato di Giovanni Paolo II.

[x] Le enumera con pignoleria: «Il 22 marzo 1982, insieme a sei dirigenti della Centrale dei lavoratori latinoamericani nella sua biblioteca. Il 28 agosto 1987 a Castelgandolfo, con la bella vista dei giardini, mi disse: “Lei mi ricorda tre cose che mi sono molto care: quando in gioventù ho dovuto lavorare nelle cave di Solvay e ho potuto godere della naturale solidarietà dei lavoratori; che lei viene dal continente della speranza, prevalentemente cattolico; che rappresenta quella bella sintesi culturale meticcia che unisce tutti i latinoamericani”. Nell’ottobre 1987 sono stato invitato a partecipare come uditore al Sinodo dei vescovi sulla “Missione dei laici” e mi è stato chiesto di tenere una relazione su “I laici nel mondo del lavoro”. Due giorni prima, il segretario cardinale Dziwisz, mi disse che il Santo Padre desiderava vedermi durante la pausa caffè. Con il suo solito sorriso mi disse “Coraggio!!!, non avere paura… coraggio, non avere paura, per favore, nel tuo discorso, aiutaci a superare tanti anni di distanza dal movimento operaio”. Sono stato sorpreso e costretto a modificare il discorso che avevo preparato. Il 15 maggio 1991, il centenario dell’enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII è stato commemorato con un atto solenne nell’aula del Sinodo. Prima del messaggio di Sua Santità e insieme a un accademico, a un uomo d’affari e al Primo ministro della Polonia, sono stato invitato a esprimere la visione di un leader operaio latino-americano su questa storica enciclica. In quello stesso atto, ho osato chiedere a Sua Santità la beatificazione del padre cileno Alberto Hurtado, ispiratore della nostra organizzazione operaia. Nell’ottobre 1995, noi, una delegazione di dirigenti operai, siamo stati invitati alla beatificazione dell’ormai santo Alberto Hurtado. Seduto alla sua destra in piazza San Pietro, alla fine della cerimonia e rompendo (come spesso faceva) ogni protocollo, ha iniziato un dialogo di quasi mezz’ora sull’America Latina, le sue sfide e la nostra responsabilità. E pensare che solo pochi giorni prima avevamo completato uno studio che mostrava come per tre decenni l’83,7 per cento dei presidenti di 18 paesi dell’America Latina, dove (come oggi) si riscontrano i più alti livelli di ingiustizia distributiva del pianeta, si definissero pubblicamente cattolici e/o laureati in università cattoliche. Nell’ottobre 1992 lo incontrammo a Santo Domingo, durante la IV Conferenza generale dell’episcopato latino-americano. Una volta ancora accennò nel suo messaggio iniziale alla “…bella sintesi culturale meticcia che vi identifica…”. Nei pochi minuti che mi ha concesso, e con il suo solito sorriso, mi ricordò la necessità di approfondire le radici di quella sintesi culturale meticcia che, eravamo entrambi d’accordo, era la confluenza del meglio che i nostri popoli nativi ci avevano lasciato in eredità. È stato alla fine di ottobre 2003 che l’ho incontrato per l’ultima volta».

[xi] Terrà una relazione dal titolo “I laici nel mondo del lavoro”, citata nella Ponencia en Homenaje al Beato Juan Pablo II, 11 maggio 2011, Salón de Actos del Instituto Teológico Pastoral de Caracas, Venezuela.

[xii] Conobbe Marius nel 1978, poco dopo il suo arrivo nell’ufficio esecutivo della CLAT. Anni dopo, 1987-1992, iniziò a collaborare con lui nel Dipartimento internazionale come responsabile di un progetto di cooperazione dell’Organizzazione internazionale del lavoro con la CLAT, per l’educazione dei lavoratori.

[xiii] Il dialogo con Nazario Vivero relativo a Marius è stato raccolto dall’autore attraverso uno scambio di e-mail il 30 aprile 2022.

[xiv] Il titolo da lui dato al suo intervento fu: “America Latina: mito, terra di esilio, terreno di sperimentazione o continente della speranza”.

[xv] La parte centrale dell’intervento è dedicata al ruolo degli emigrati europei nella nascita e nelle prime tappe dell’organizzazione dei lavoratori in America Latina. Vi fa notare come le prime organizzazioni di lavoratori nascono negli stessi paesi in cui si concentrò l’emigrazione europea (Argentina, Uruguay, Cuba, Brasile) e in nuclei fondamentalmente di artigiani (tipografi, ebanisti, falegnami, fornai). Un passaggio importante del suo intervento al Meeting lo dedica alla nascita del movimento sindacale latino-americano, anch’esso influenzato dal movimento operaio europeo nelle sue componenti anarco-sindacaliste, socialiste utopiche e marxiste, e dal cooperativismo cristiano. Marius denuncia con parole forti lo sfruttamento delle risorse del continente ad opera delle potenze coloniali e imperialiste.

[xvi] Encuentro è anche il nome di una rivista a cui Marius collaborò negli anni in Uruguay. La proprietà era di una storica comunità cristiana con una forte connotazione ideologica anarchica chiamata Comunità del Sud. Héctor Lescano, concittadino e amico di Marius, indica i suoi temi di battaglia «nell’impegno cristiano, l’opzione preferenziale per i poveri, il valore degli spazi ecumenici e pluralisti, l’economia umana. Ricordo i commenti sull’eredità di Maritain e Lebret, che hanno lasciato un segno profondo nell’Uruguay fino ad oggi».

[xvii]Centro Latinoamericano para el Desarrollo, la Integración y Cooperación (CELADIC).

[xviii] Dirigerà il CELADIC fino alla morte, nell’ottobre 2014. Sotto la sua direzione il Centro latino-americano para el Desarrollo, la Integración y Cooperación ha pubblicato la rivista Aportes, 24 numeri usciti tra gennaio 2006 e marzo 2015. L’ultimo numero, immediatamente posteriore alla scomparsa del leader sindacale, compila una raccolta di suoi articoli. Al CELADIC fa capo anche la rivista teorica Estudios, quattro numeri usciti, e Referencias para el camino, 13 numeri usciti tra il mese di settembre 2010 e agosto 2014.

[xix] La concezione di cui sopra si riflette nella composizione latinoamericana della leadership del CELADIC di cui fanno parte – per fare alcuni nomi – il cardinale Oscar Rodríguez de Maradiaga dell’Honduras e il vescovo ispano-cubano con sede a Panama, Pablo Varela; collaboratori stretti come il pastore luterano Ramiro Arroyo, ecuadoriano; il suo vecchio compagno sindacale, il defunto Carlos Navarro, venezuelano; la ex collega del settore amministrativo della CLAT, la peruviana Yolanda Cáceres; il suo alter ego nelle attività sociali, l’uruguaiano Rubén Casavalle, il diplomatico nicaraguense José “Chepe” Dávila; e un nucleo di professionisti e accademici argentini, cileni, paraguaiani, guatemaltechi e panamensi.

[xx] Alejandro, di professione ingegnere, 15 anni di lavoro in aziende di telecomunicazioni internazionali, lasciato nel 2009 per fondare la ONG Trabajo y Persona, Leonardo, sacerdote, lavora in università, e Leticia, antropologa e docente universitaria.

[xxi] La testimonianza di Alejandro Marius sulla morte del padre è stata consegnata scritta all’autore il 27 marzo 2022 da Caracas, in Venezuela, dove vive.

 

 

 

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